La lunga strada di Edoardo Cerea

Oggi, giovedì 27 ottobre 2022, esce su tutte le piattaforme digitali, a sette anni di distanza da È meglio se continuo a cantare (di cui trovate la recensione al link sotto), un nuovo album di Edoardo Cerea, cantautore piacentino che ha già diversi lavori all’attivo. Questa nuova fatica si chiama La lunga strada ed è composta da dieci tracce (più una bonus track per coloro che acquisteranno la chiavetta USB) che condensano le riflessioni di un uomo maturo, consapevole, che si interroga sul proprio percorso e le proprie scelte. Di seguito trovare le mie riflessioni in merito.

Come già avevo scritto parlando dell’album precedente, negli anni lo stile di Edoardo si è fatto sempre più cantautorale e la sua penna è ora autoriale e riconoscibile e si fa sempre più chiara l’idea che la musica sia per lui l’unico mezzo per resistere e per dare sfogo alle proprie emozioni, alle gioie e alle frustrazioni, all’entusiasmo, ma anche alla rabbia, alla delusione, al disincanto. Se però l’album precedente racchiudeva numerosi pensieri relativi al mondo in cui viviamo, denunciando talvolta le falle di un sistema abulico e disfunzionale, in questo nuovo lavoro la voce si fa più lirica e la dimensione più intima. Il focus qui è più ristretto e si concentra sulla sfera privata, sulla sua vita, sui suoi sogni e soprattutto sulle relazioni che lo hanno reso l’uomo che è oggi. I testi di La lunga strada sono infatti tutti autobiografici, scritti solo da Edoardo, così come gli arrangiamenti, ad accezione di alcuni brani che lo hanno visto collaborare con Enrico Cipollini. Le musiche risentono ovviamente dell’influenza del rock’n roll, il genere più amato da Edoardo, quello su cui si è formato e regno indiscusso dei suoi idoli, con numerosi tratti pop. Si passa da ritmi più incalzanti e grintosi, dove la batteria detta il tempo o simula il battito del cuore, a pezzi in cui sono gli accordi della chitarra e le note del pianoforte a coccolarci, a ballate più lente e melodiche, a brani con suoni più aperti e dilatati, che sembrano espandere lo spazio intorno a noi. Non mancano nemmeno toni malinconici e più introspettivi, per quelle tracce in cui il ricordo si fa nostalgico e doloroso. Musiche e parole percorrono infatti lo stesso sentiero e portano nella stessa direzione, verso il mondo interiore di chi canta.

Come scrive in un breve testo di presentazione dell’album, le riflessioni e le confessioni a se stesso che danno forma alle dieci tracce che compongono l’album sono nate durante un viaggio in macchina in una sera nevosa di gennaio, quando Edoardo si reca da Piacenza a Ferrara per suonare in un locale. Mentre è alla guida, perso tra i suoi pensieri, nella mente iniziano a vorticargli tutta una serie di ricordi, forieri di numerose domande sul senso di questo suo andare. Si chiede se tutti gli sforzi che compie ogni volta che deve tenere un concerto da qualche parte abbiano ancora un senso e passa in rassegna i volti e i ruoli delle persone che lo hanno accompagnato o abbandonato in tutti questi anni. Si interroga sui suoi desideri e le sue aspirazioni, su quanto è riuscito a realizzare e quanto invece sia rimasto ad uno stadio embrionale. Sorge anche legittimo il dubbio che alcuni sogni non lo rappresentino più e la domanda che mi pare di leggere in filigrana a tutte le tracce è: “Ho ancora voglia e bisogno di fare musica?”.

Questo quesito si impone già dal primo pezzo, che dà il titolo all’album, La lunga strada. Ascoltandolo si comprende che questa lunga strada non è solo un tragitto materiale da percorrere fisicamente, ma anche e soprattutto un cammino verso se stessi, alla ricerca della propria identità, della propria “casa”, che non è altro se non il luogo in cui possiamo spogliarci di tutte le maschere che indossiamo. Ci vuole tempo per raggiungere questo luogo immateriale e intimo, in un certo senso è necessario un grande lavoro su di sé per costruirlo. E questa casa ha spesso la forma di un palco, dove con la chitarra in spalla Edoardo può mettersi a nudo e certamente non è facile e richiede coraggio e un grande dispendio di energia. Mi sembra di intravedere una fortissima connessione con È meglio se continuo a cantare: la musica non è solo una passione, ma un’esigenza, l’unica “strada” per assomigliarsi davvero, per non cedere, per imporre la propria singolarità.

A volte accettarsi non è semplice e si sente forte il bisogno di ricevere approvazione, di sentirsi accolti. Nel percorso di una vita, la presenza di una persona cara, che ci aiuta ad affrontare i momenti di sconforto, che solo sfiorandoci ci fa sentire in pace con il mondo, è una fortuna da valorizzare. Meno male che ci sei è un grazie riconoscente a chi ci permette di accettare di buon grado il nostro passato, perdonare i nostri errori e guardare con fiducia al domani, al futuro, con consapevolezza e gratitudine. In molti casi ci vuole tempo per capire che l’amore delle persone che ci accompagnano e ci accolgono non si esprime attraverso dichiarazioni eclatanti, ma molto spesso la cura si concretizza in gesti semplici e quotidiani, che sembrano scontati, ma non lo sono affatto. Quando impari a guardare dalla giusta prospettiva e nella giusta direzione ti si schiude un mondo: è Il posto dove guardi che fa la differenza, che iscrive le azioni in un orizzonte di senso e ti aiuta a capire che l’amore può esprimersi in forme diverse da quelle che ti aspetteresti.

Così come la nostra strada può assumere deviazioni inedite, inaspettate. Perché Le cose cambiano, è una legge della vita, e non è detto che i desideri che avevamo ieri siano gli stessi che proviamo oggi. Per assomigliarci e non snaturarci dobbiamo mettere in conto che forse certi sogni vanno abbandonati, perché potrebbero non rappresentarci più e insistere nell’inseguirli può diventare asfittico.

Allo stesso modo, anche alcuni rapporti possono mutare forma, le strade si possono dividere, ma non per questo le persone vanno cancellate dai nostri ricordi e nell’immaginare questi amici ripetere gesti che conosciamo quasi a menadito, ci auguriamo che anche loro non ci lascino andare del tutto, nonostante la distanza sopravvenuta, come recita il ritornello di Tu tienimi un posto nei tuoi pensieri. Ripensando ai tempi della scuola capita anche di ripensare a L’amico che manca, quello che avevamo preso a modello per costruire la nostra identità, quello grazie al quale abbiamo incontrato anche tutti gli altri amici e che si avrebbe voglia di rivedere. Un idolo che ha rappresentato tutto quello che avremmo voluto diventare. E poi c’è quella persona a cui non si vuole rinunciare perché la sua sola presenza ci aiuta a stare meglio, a sentirci bene, a cui si ha voglia di dire grazie per Il buono di te. Altre volte la vita ci gioca dei brutti scherzi e ci priva di amici e compagni di viaggio in maniera prematura. Non credo che ti rivedrò parla di una perdita importante, della mancanza di un amico che con la sua sola presenza ampliava i nostri orizzonti ed ora che non c’è più lo si cerca nei ricordi, in quello che di lui è rimasto in noi, contribuendo alla nostra evoluzione.

Incallito sognatore, il sesto brano dell’album, è una riflessione sul potere della musica, sulla forza redentrice del rock’n roll, che risveglia i nostri sogni, le nostre speranze, la nostra voglia di ribellarci a ciò che non ci va. Ma ci salva davvero? O è solo un’illusione? Sicuramente insegna ad essere più forti e temprati anche alla solitudine. La musica non ci mette al riparo dal dolore, ma ci insegna che è proprio quel dolore a proteggerci dalla perdizione. Forse la risposta sta proprio qui ed è per questo che Edoardo ha deciso, istintivamente, di seguire la musica senza riserve, lasciandosi guidare ovunque volesse portarlo.

E il tempo trascorso che valore ha in prospettiva? Quanto conta? Può essere la giusta unità di misura su cui valutare il proprio percorso? O si fa relativo e non gli si dà più quell’importanza che gli si attribuiva a vent’anni, quando si aveva l’impazienza tipica della giovinezza, quando gli errori sembravano irrimediabili, quando si aveva la smania di arrivare. Maturare significa anche capire che Il tempo ormai non conta più, che da una prospettiva più consapevole tutto si ridimensiona alla giusta misura e quella foga di raggiungere il traguardo lascia spazio ad una piacevole sensazione di appagamento, nella presa di coscienza di aver fatto del proprio meglio coi mezzi che si avevano a disposizione. Credo che Edoardo sia giunto a questo grado di maturazione anche e soprattutto grazie alla musica. Scrivere lo ha aiutato a conoscersi. La lunga strada è anche quella percorsa delle parole e dalle note per trovare la loro giusta posizione per mettere in fila i pensieri e ricostruire un percorso a ritroso. E rileggendolo si intuisce che in fin dei conti ne è valsa la pena e non si hanno rimpianti. Come scrive lui stesso: «Sebbene tutti i miei album precedenti ancora oggi mi somiglino e mi soddisfino, questo ha qualcosa in più: mi lascia sereno, se fosse l’ultimo che decidessi di scrivere, direi: Ok, va bene anche chiuderla qui.»

Ma noi speriamo che non sia l’ultimo.

È meglio se continuo a cantare: la musica come forma di resistenza

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Edoardo Cerea, Musica, Recensione, La lunga strada


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  • Valentina Ottoboni
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