Primo Levi, scrittore poliedrico

Edito da Guanda, Primo Levi di fronte e di profilo, è un libro dello scrittore, saggista e docente universitario Marco Belpoliti dedicato all’intera opera di Primo Levi. Il titolo è suggestivo e quanto mai paradigmatico per introdurre il lettore nell’universo dell’opera di un autore estremamente complesso ‒ semplice solo all’apparenza e ad una lettura superficiale ‒ la cui figura geometrica rappresentativa non potrebbe essere altro che un poliedro.

Lo ha spiegato molto bene il Professor Belpoliti alla presentazione del suo libro presso la Libreria Palomar di Bergamo tenutasi il 5 novembre scorso: Primo Levi assomiglia ad un poliedro nella sua incredibile complessità; non si può analizzarne una faccia, illuminarne una, senza che le altre rimangano in ombra. Bisogna costantemente ruotare la figura, ma ciò comporta che nel momento in cui se ne mette in luce un aspetto gli altri restino inevitabilmente nascosti, sebbene sempre presenti.

Primo Levi di fronte e di profilo è un libro che potrebbe essere definito una piccola enciclopedia e che si pone per Belpoliti in linea di continuità con il numero 13 di Riga (collana curata per Marcos y Marcos da Marco Belpoliti ed Elio Grazioli) dedicato all’autore di Se questo è un uomo e uscito nel 1997, che aveva come scopo principale porre al centro dell’attenzione Levi come scrittore a tutto tondo, con una sua complessità che ancora non è stata pienamente percepita. Già il volume del 1997 era una sorta di punto di arrivo nella ricerca del Professor Belpoliti. Il libro edito da Guanda è quindi l’esito di una ricerca durata una vita e che non può ancora dirsi, come ho letto in alcune recensioni, definitiva. In quanto Primo Levi è uno scrittore sempre in fieri, una sorta di ermafrodito che ha subito molte mutazioni nel corso degli anni e la cui ricezione e comprensione sono state strettamente legate al periodo storico in cui i suoi testi sono stati letti e commentati, ma che ora merita di essere annoverato tra i classici senza tempo della letteratura italiana, per la sua ricchezza inesauribile.

L’interesse di Belpoliti per Primo Levi è nato, confessa l’autore, relativamente tardi rispetto a quello per altri scrittori che si imponevano maggiormente nel panorama culturale degli anni Settanta. Per diverso tempo la lettura delle sue opere è rimasta per lui secondaria, laterale. In primis letto come testimone, Primo Levi viene da lui riscoperto negli anni Ottanta, grazie alla seduzione esercitata da un libro preso in prestito da un amico e mai più restituito, L’altrui mestiere, opera straordinaria in cui Levi affronta i temi più disparati con un taglio estremamente originale e da vero letterato. Belpoliti inizia allora a guardare alla scrittura di Levi con occhi nuovi e curiosi e in seguito alla lettura della sua opera più dura e tagliente, I sommersi e i salvati del 1986, cui seguì dopo un anno il suicidio dell’autore, inizia a rileggere tutta la produzione leviana da una prospettiva inedita per i tempi, che egli scopre di condividere con poche persone, nate come lui a metà degli anni Cinquanta. Tale visione non era affatto scontata per i tempi. Per la maggior parte dei lettori, compresi diversi redattori della casa editrice Einaudi, che pubblicava le sue opere, Levi era relegato come autore entro la ristretta e limitativa etichetta di testimone ebreo e molto torinese. Definizione che non gli rendeva assolutamente giustizia, ma che indusse Einaudi nel 1966 a proporgli di pubblicare la sua raccolta di racconti, Storie Naturali, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Si pensava infatti che questa forma di scrittura, carica di finzione, avrebbe inficiato il valore della testimonianza di Se questo è un uomo. In realtà secondo Belpoliti, e da ammiratrice dell’opera di Levi mi sento di concordare pienamente con la sua idea, Primo Levi è stato un grande testimone, diverso da tutti gli altri superstiti che hanno raccontato la loro esperienza, proprio in quanto è in primo luogo uno straordinario scrittore, qualcuno che ha sempre voluto essere uno scrittore, anche prima di essere deportato. Certo è difficile sapere che scrittore egli sarebbe stato se non avesse vissuto sulla propria pelle un’esperienza tanto degradante dal punto di vista umano, che lo ha portato a coniare la definizione di animale-uomo. Levi è uno scrittore che rimane ancora per molti versi misterioso, uno scrittore che si nasconde, che indossa continuamente delle maschere. In tal senso l’immagine scelta per la copertina del libro, una fotografia di Levi che indossa una delle maschere da lui fabbricate col filo di rame, e che lascia comunque intravedere il suo volto dietro la faccia di un gufo, creando un effetto di anamorfosi, è quanto mai emblematica. Non si può mai dire di avere scandagliato Levi a fondo, perché lo scrittore Levi è qualcosa di diverso rispetto all’uomo e anche rispetto al testimone. La sua complessità, anche sintattica, è forse la conseguenza diretta del fatto di albergare più persone in uno stesso corpo.

Allora non si può far altro che cercare di conoscerne un frammento alla volta, tramite un libro che ci accompagni secondo differenti percorsi in questa ricerca. Primo Levi di fronte e di profilo è stato pensato come una sorta di enciclopedia sull’universo leviano e in quanto tale fruibile non secondo una lettura continuativa e lineare, quanto piuttosto pensato per letture mirate e discontinue. Esso è infatti un libro ibrido, costituito da parti saggistiche, parti di documentazione molto rigorose e puntuali, un ampio lemmario in cui si potrebbe vedere una sorta di libro nel libro, ossia il bestiario di Levi, un apparato fotografico commentato secondo lo stile di Belpoliti, una bibliografia di oltre trenta pagine. La struttura del testo è molto originale anche per la sua forma tipografica, in quanto le diverse partizioni sono segnalate tramite il ricorso a font distinti. L’autore ha spiegato che avrebbe voluto un formato più grande, un A4 dove sotto il testo principale scorressero dei commenti esplicativi, ma non è stato possibile ed è già stato difficile fare accettare all’editore l’utilizzo di caratteri tipografici e corpi differenti. Ciò a segnalare l’intento di questo libro, che non può avere una definizione univoca, Libro Beaubourg per dirla con le parole di Belpoliti, perché come l’omonimo museo di Parigi mette in mostra ciò che di solito si nasconde alla vista. Un libro da consultare e riprendere in maniera intermittente, nella consapevolezza del fatto che, nel momento in cui si focalizza l’attenzione su una delle facce di questo straordinario poliedro, le altre rimangono in ombra, ma sono lì in attesa di essere illuminate.

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Primo Levi, Marco Belpoliti, Guanda, Letteratura Italiana